sábado, 30 de abril de 2016

FELICE ROMANI [18.587]


FELICE ROMANI

Felice Romani (Génova, 31 de enero de 1788 - Moneglia, 28 de enero de 1865) fue un poeta, libretista y profesor de literatura y mitología, italiano, que escribió óperas para compositores muy conocidos como Donizetti y Bellini. Romani es considerado como uno de los mejores libretistas, junto a Metastasio y Boito.

Romani salió de Génova a Pisa para "estudiar leyes para complacer a su familia, y literatura para complecerse a sí mismo". Posteriormente ingresó en la facultad de la Universidad de Génova, y mientras estudiaba traducía literatura francesa. Con un colega, preparó un diccionario en seis volúmenes de mitología y antigüedad, incluyendo la historia celta en Italia. El conocimiento de Romani del francés y la antigüedad se refleja en los libretos que escribió; la mayoría están basados en literatura francesa y muchos, como por ejemplo el de Norma, utilizaron fuentes mitológicas o antiguas.

Romani viajó ampliamente por España, Grecia, Alemania y Francia. En 1814 se estableció en Milán, donde granjeó la amistad de importantes figuras del mundo literario y musical. Rechazó un puesto como poeta de la corte de Viena, para dedicarse a escribir para la ópera. Produjo dos obras para el compositor Simon Mayr, que le lograron un puesto en La Scala. Romani se convirtió en el libretista más apreciado de su época, escribiendo casi cien obras. A pesar de su interés por la literatura gala, rechazó la oportunidad de trabajar en París.

Por lo general, Romani no creaba sus propias historias; se mantenía al día con lo que ocurría en el treatro parisino y adaptaba obras populares. Pero esta estrategia no era siempre segura, dada la escasa legislación sobre derechos de autor y copia que había para el momento. En una ocasión Romani utilizó una obra de Victor Hugo para una ópera de Donizetti (Lucrezia Borgia). Pero luego de las primeras funciones en París en 1840, Hugo obtuvo un amparo para evitar otras representaciones. El libreto fue modificado y retitulado como La Rinegata, y los personajes italianos se transformaron en turcos.

Romani escribió los versos de las siguientes óperas: de Bellini, Il Pirata, I Capuleti e i Montecchi, La Straniera, La sonnambula, Norma, Zaira y Beatrice di Tenda; de Rossini, Il turco in Italia; y de Donizetti, Anna Bolena y L'elisir d'amore. Verdi también utilizó uno de sus libretos, que fue escrito originalmente para el compositor Adalbert Gyrowetz, en una de sus primeras comedias: Un giorno di regno.

Romani fue considerado como la pareja ideal para Bellini, quien dijo: "Dadme buenos versos y os daré buena música". El compositor buscaba en los libretos versos con situaciones dramáticas e incluso extravagantes, "diseñados para retratar las pasiones de la manera más vívida", como escribiría a Florimo el 4 de agosto de 1834. Esos versos los encontró en el trabajo de Romani.

Después de componer I Puritani sobre un libreto de Carlo Pepoli, Bellini se propuso no escribir óperas italianos con otro libretista que no fuera Romani. Pero el compositor moriría pocos meses después del estreno de esta ópera. Romani lo lloró sentidamente y escribió un obituario en el que expresaba su arrepentimiento por los desacuerdos que habían tenido.

En 1834 Romani fue nombrado editor de la Gazzetta Ufficiale Piemontese para la cual escribía crítica literara. Mantuvo ese cargo hasta su muerte, menos el lapso comprendido entre 1849 y 1854. Sus poemas líricos fueron publicados en una colección de 1841.




HIMNO GUERRERO

I

Guerra! Guerra! Del bosque sagrado
Los guerreros á cientos saldrán;
Como fieras en débil ganado
Sobre Roma y sus hijos caerán.


II

Sangre! Sangre! Que el hacha potente
Lave en ella su antiguo baldón.
En las ondas del Líger hirviente
Ya borbota con fúnebre son.


III

Muerte! Muerte! Exterminio! Venganza!
Hoy comienza, se cumple, se alcanza:
Cual las mieses al hierro abatidas,
Son las haces de Roma vencidas;
Rota el ala, su garra desecha,
Por los suelos el águila está.
Sobre rayo de sol donde acecha
Baja el Dios que victoria nos da.

Traducción: Antonio Arnao


Felice Romani (Genova, 31 gennaio 1788 - Moneglia, 23 gennaio 1865). Librettista più famoso del suo tempo, Romani scrisse circa un centinaio d testi, alcuni dei quali furono musicati varie volte. La sua attività letteraria si estende dal 1813 al 1834, ma, benché le sue non comuni doti di poeta e di inventore di soggetti d'opera venissero presto riconosciute, il suo periodo di maggiore celebrità coincide con quello in cui collaborò con Bellini, a cominciare dal «Pirata» (1827). Per Donizetti Romani scrisse sette libretti: «Chiara e Serafina» (1822), «Alina, regina di Golconda» (1828), «Anna Bolena» (1830), «Ugo, conte di Parigi» (1832), «L'elisir d'amore» (1832), «Parisina» (1833) e «Lucrezia Borgia» (1833); Donizetti musicò inoltre due libretti di Romani già utilizzati da altri compositori: «Rosmonda d'Inghilterra» (1834) e «Adelia» (1841).




L’ELISIR D’AMORE 

Melodramma giocoso.

Texto de   Felice Romani
Música de    Gaetano Donizetti


Atto primo

Scena prima

Il teatro rappresenta l'ingresso d'una fattoria. Campagna in fondo ove scorre un ruscello, sulla cui riva alcune lavandaie preparano il bucato. In mezzo un grande albero, sotto il quale riposano Giannetta, i mietitori e le mietitrici. Adina siede in disparte leggendo. Nemorino l'osserva da lontano. 

Giannetta e Coro 

Bel conforto al mietitore, 
quando il sol più ferve e bolle, 
sotto un faggio, appiè di un colle 
riposarsi e respirar! 
Del meriggio il vivo ardore 
Tempran l'ombre e il rio corrente; 
ma d'amor la vampa ardente 
ombra o rio non può temprar. 
Fortunato il mietitore 
che da lui si può guardar! 

Nemorino 

Quanto è bella, quanto è cara! 
(osservando Adina, che legge) 
Più la vedo, e più mi piace... 
ma in quel cor non son capace 
lieve affetto ad inspirar. 
Essa legge, studia, impara... 
non vi ha cosa ad essa ignota... 
Io son sempre un idiota, 
io non so che sospirar. 
Chi la mente mi rischiara? 
Chi m'insegna a farmi amar? 

Adina 

(ridendo) 
Benedette queste carte! 
È bizzarra l'avventura. 

Giannetta 

Di che ridi? Fanne a parte 
di tua lepida lettura. 

Adina 

È la storia di Tristano, 
è una cronaca d'amor. 

Coro 

Leggi, leggi. 

Nemorino 

(A lei pian piano 
vo' accostarmi, entrar fra lor.) 

Adina 

(legge) 
«Della crudele Isotta 
il bel Tristano ardea, 
né fil di speme avea 
di possederla un dì. 
Quando si trasse al piede 
di saggio incantatore, 
che in un vasel gli diede 
certo elisir d'amore, 
per cui la bella Isotta 
da lui più non fuggì.» 

Tutti 

Elisir di sì perfetta, 
di sì rara qualità, 
ne sapessi la ricetta, 
conoscessi chi ti fa! 

Adina 

«Appena ei bebbe un sorso 
del magico vasello 
che tosto il cor rubello 
d'Isotta intenerì. 
Cambiata in un istante, 
quella beltà crudele 
fu di Tristano amante, 
visse a Tristan fedele; 
e quel primiero sorso 
per sempre ei benedì.» 

Tutti 

Elisir di sì perfetta, 
di sì rara qualità, 
ne sapessi la ricetta, 
conoscessi chi ti fa! 

Scena seconda

Suono di tamburo: tutti si alzano. Giunge Belcore guidando un drappello di soldati, che rimangono schierati nel fondo. Si appressa ad Adina, la saluta e le presenta un mazzetto. 

Belcore 

Come Paride vezzoso 
porse il pomo alla più bella, 
mia diletta villanella, 
io ti porgo questi fior. 
Ma di lui più glorioso, 
più di lui felice io sono, 
poiché in premio del mio dono 
ne riporto il tuo bel cor. 

Adina 

(alle donne) 
(È modesto il signorino!) 

Giannetta e Coro 

(Sì davvero.) 

Nemorino 

(Oh! mio dispetto!) 

Belcore 

Veggo chiaro in quel visino 
ch'io fo breccia nel tuo petto. 
Non è cosa sorprendente; 
son galante, son sergente; 
non v'ha bella che resista 
alla vista d'un cimiero; 
cede a Marte iddio guerriero, 
fin la madre dell'amor. 

Adina 

(È modesto!) 

Giannetta e Coro 

(Sì, davvero!) 

Nemorino 

(Essa ride... Oh, mio dolor!) 

Belcore 

Or se m'ami, com'io t'amo, 
che più tardi a render l'armi? 
Idol mio, capitoliamo: 
in qual dì vuoi tu sposarmi? 

Adina 

Signorino, io non ho fretta: 
un tantin pensar ci vo'. 

Nemorino 

(Me infelice, s'ella accetta! 
Disperato io morirò.) 

Belcore 

Più tempo invan non perdere: 
volano i giorni e l'ore: 
in guerra ed in amore 
è fallo l'indugiar. 
Al vincitore arrenditi; 
da me non puoi scappar. 

Adina 

Vedete di quest'uomini, 
vedete un po' la boria! 
Già cantano vittoria 
innanzi di pugnar. 
Non è, non è sì facile 
Adina a conquistar. 

Nemorino 

(Un po' del suo coraggio 
amor mi desse almeno! 
Direi siccome io peno, 
pietà potrei trovar. 
Ma sono troppo timido, 
ma non poss'io parlar.)

Giannetta e Coro 

(Davver saria da ridere 
se Adina ci cascasse, 
se tutti vendicasse 
codesto militar! 
Sì sì; ma è volpe vecchia, 
e a lei non si può far.) 

Belcore 

Intanto, o mia ragazza, 
occuperò la piazza. Alcuni istanti 
concedi a' miei guerrieri 
al coperto posar. 

Adina 

Ben volentieri. 
Mi chiamo fortunata 
di potervi offerir una bottiglia. 

Belcore 

Obbligato. (Io son già della famiglia.) 

Adina 

Voi ripigliar potete 
gl'interrotti lavori. Il sol declina. 

Tutti 
Andiam, andiamo.

Partono Belcore, Giannetta e il coro. 

Scena terza


Nemorino e Adina. 

Nemorino 

Una parola, o Adina. 

Adina 

L'usata seccatura! 
I soliti sospir! Faresti meglio 
a recarti in città presso tuo zio, 
che si dice malato e gravemente. 

Nemorino 

Il suo mal non è niente appresso al mio. 
Partirmi non poss'io... 
Mille volte il tentai... 

Adina 

Ma s'egli more, 
e lascia erede un altro?... 

Nemorino 

E che m'importa?... 

Adina 

Morrai di fame, e senza appoggio alcuno. 

Nemorino 

O di fame o d'amor... per me è tutt'uno. 

Adina 
Odimi. Tu sei buono, 
modesto sei, né al par di quel sergente 
ti credi certo d'ispirarmi affetto; 
così ti parlo schietto, 
e ti dico che invano amor tu speri: 
che capricciosa io sono, e non v'ha brama 
che in me tosto non muoia appena è desta. 

Nemorino 

Oh, Adina!... e perché mai?... 

Adina 

Bella richiesta! 
Chiedi all'aura lusinghiera 
perché vola senza posa 
or sul giglio, or sulla rosa, 
or sul prato, or sul ruscel: 
ti dirà che è in lei natura 
l'esser mobile e infedel. 

Nemorino 

Dunque io deggio?... 

Adina 

All'amor mio 
rinunziar, fuggir da me. 

Nemorino 

Cara Adina!... Non poss'io. 

Adina 
Tu nol puoi? Perché? 

Nemorino 
Perché! 
Chiedi al rio perché gemente 
dalla balza ov'ebbe vita 
corre al mar, che a sé l'invita, 
e nel mar sen va a morir: 
ti dirà che lo strascina 
un poter che non sa dir. 

Adina 

Dunque vuoi?... 

Nemorino 

Morir com'esso, 
ma morir seguendo te. 

Adina 

Ama altrove: è a te concesso. 

Nemorino 

Ah! possibile non è. 

Adina 

Per guarir da tal pazzia, 
ché è pazzia l'amor costante, 
dèi seguir l'usanza mia, 
ogni dì cambiar d'amante. 
Come chiodo scaccia chiodo, 
così amor discaccia amor. 
In tal guisa io rido e godo, (anche: io me la godo) 
in tal guisa ho sciolto il cor. 

Nemorino 

Ah! te sola io vedo, io sento 
giorno e notte e in ogni oggetto: 
d'obbliarti in vano io tento, 
il tuo viso ho sculto in petto... 
col cambiarsi qual tu fai, 
può cambiarsi ogn'altro amor. 
Ma non può, non può giammai 
il primero uscir dal cor. 
(partono)

Piazza nel villaggio. Osteria della Pernice da un lato. 

Scena quarta


Paesani, che vanno e vengono occupati in vane faccende. Odesi un suono di tromba: escono dalle case le donne con curiosità: vengono quindi gli uomini, ecc. ecc. 

Donne 

Che vuol dire codesta sonata? 

Uomini 

La gran nuova venite a vedere. 

Donne 

Che è stato? 

Uomini 

In carrozza dorata 
è arrivato un signor forestiere. 
Se vedeste che nobil sembiante! 
Che vestito! Che treno brillante! 

Tutti 

Certo, certo egli è un gran personaggio... 
Un barone, un marchese in viaggio... 
Qualche grande che corre la posta... 
Forse un prence... fors'anche di più. 
Osservate... si avvanza... si accosta: 
giù i berretti, i cappelli giù giù. 


Scena quinta

Il dottore Dulcamara in piedi sopra un carro dorato, avendo in mano carte e bottiglie. Dietro ad esso un servitore, che suona la tromba. Tutti i paesani lo circondano. 

Dulcamara 

Udite, udite, o rustici 
attenti non fiatate.

Io già suppongo e immagino 
che al par di me sappiate 
ch'io sono quel gran medico, 
dottore enciclopedico 
chiamato Dulcamara, 
la cui virtù preclara 
e i portenti infiniti 
son noti in tutto il mondo... e in altri siti. 
Benefattor degli uomini, 
riparator dei mali, 
in pochi giorni io sgombero 
io spazzo gli spedali, 
e la salute a vendere 
per tutto il mondo io vo. 
Compratela, compratela, 
per poco io ve la do. 
È questo l'odontalgico 
mirabile liquore, 
dei topi e delle cimici 
possente distruttore, 
i cui certificati 
autentici, bollati 
toccar vedere e leggere 
a ciaschedun farò. 
Per questo mio specifico, 
simpatico mirifico, 
un uom, settuagenario 
e valetudinario, 
nonno di dieci bamboli 
ancora diventò. 
Per questo Tocca e sana 
in breve settimana 
più d'un afflitto giovine 
di piangere cessò.

O voi, matrone rigide, 
ringiovanir bramate? 
Le vostre rughe incomode 
con esso cancellate. 
Volete voi, donzelle, 
ben liscia aver la pelle? 
Voi, giovani galanti, 
per sempre avere amanti? 
Comprate il mio specifico, 
per poco io ve lo do. 
Ei move i paralitici, 
spedisce gli apopletici, 
gli asmatici, gli asfitici, 
gl'isterici, i diabetici, 
guarisce timpanitidi, 
e scrofole e rachitidi, 
e fino il mal di fegato, 
che in moda diventò. 
Comprate il mio specifico, 
per poco io ve lo do. 
L'ho portato per la posta 
da lontano mille miglia 
mi direte: quanto costa? 
quanto vale la bottiglia? 
Cento scudi?... Trenta?... Venti? 
No... nessuno si sgomenti. 
Per provarvi il mio contento 
di sì amico accoglimento, 
io vi voglio, o buona gente, 
uno scudo regalar. 

Coro 

Uno scudo! Veramente? 
Più brav'uom non si può dar. 

Dulcamara 

Ecco qua: così stupendo, 
sì balsamico elisire 
tutta Europa sa ch'io vendo 
niente men di dieci lire: 
ma siccome è pur palese 
ch'io son nato nel paese, 
per tre lire a voi lo cedo, 
sol tre lire a voi richiedo: 
così chiaro è come il sole, 
che a ciascuno, che lo vuole, 
uno scudo bello e netto 
in saccoccia io faccio entrar. 
Ah! di patria il dolce affetto 
gran miracoli può far. 

Coro 

È verissimo: porgete. 
Oh! il brav'uom, dottor, che siete! 
Noi ci abbiam del vostro arrivo 
lungamente a ricordar. 

Scena sesta


Nemorino e detti. 

Nemorino 

(Ardir. Ha forse il cielo 
mandato espressamente per mio bene 
quest'uom miracoloso nel villaggio. 
Della scienza sua voglio far saggio.) 
Dottore... perdonate... 
È ver che possediate 
segreti portentosi?... 

Dulcamara 

Sorprendenti. 
La mia saccoccia è di Pandora il vaso. 

Nemorino 

Avreste voi... per caso... 
la bevanda amorosa 
della regina Isotta? 

Dulcamara 

Ah!... Che?... Che cosa? 

Nemorino 

Voglio dire... lo stupendo 
elisir che desta amore... 

Dulcamara 

Ah! sì sì, capisco, intendo. 
Io ne son distillatore. 

Nemorino 

E fia vero. 

Dulcamara 

Se ne fa 
gran consumo in questa età. 

Nemorino 

Oh, fortuna!... e ne vendete? 

Dulcamara 

Ogni giorno a tutto il mondo. 

Nemorino 

E qual prezzo ne volete? 

Dulcamara 

Poco... assai... cioè... secondo.. 

Nemorino 

Un zecchin... null'altro ho qua... 

Dulcamara 

È la somma che ci va. 

Nemorino 

Ah! prendetelo, dottore. 

Dulcamara 

Ecco il magico liquore. 

Nemorino 

Obbligato, ah sì, obbligato! 
Son felice, son rinato. 
Elisir di tal bontà! 
Benedetto chi ti fa! 

Dulcamara 

(Nel paese che ho girato 
più d'un gonzo ho ritrovato, 
ma un eguale in verità 
non ve n'è, non se ne dà.) 

Nemorino 

Ehi!... dottore... un momentino... 
In qual modo usar si puote? 

Dulcamara 

Con riguardo, pian, pianino 
la bottiglia un po' si scote... 
Poi si stura... ma, si bada 
che il vapor non se ne vada. 
Quindi al labbro lo avvicini, 
e lo bevi a centellini, 
e l'effetto sorprendente 
non ne tardi a conseguir. 

Nemorino 

Sul momento? 

Dulcamara 

A dire il vero, 
necessario è un giorno intero. 
(Tanto tempo è sufficiente 
per cavarmela e fuggir.) 

Nemorino 

E il sapore?... 

Dulcamara 

Egli è eccellente... 
(È bordò, non elisir.) 

Nemorino 

Obbligato, ah sì, obbligato! 
Son felice, son rinato. 
Elisir di tal bontà! 
Benedetto chi ti fa! 

Dulcamara 

(Nel paese che ho girato 
più d'un gonzo ho ritrovato, 
ma un eguale in verità 
non ve n'è, non se ne dà.) 
Giovinotto! Ehi, ehi! 

Nemorino 

Signore? 

Dulcamara 

Sovra ciò... silenzio... sai? 
Oggidì spacciar l'amore 
è un affar geloso assai: 
impacciar se ne potria 
un tantin l'autorità. 

Nemorino 

Ve ne do la fede mia: 
nanche un'anima il saprà. 

Dulcamara 

Va, mortale avventurato; 
un tesoro io t'ho donato: 
tutto il sesso femminino 
te doman sospirerà. 
(Ma doman di buon mattino 
ben lontan sarò di qua.) 

Nemorino 

Ah! dottor, vi do parola 
ch'io berrò per una sola: 
né per altra, e sia pur bella, 
né una stilla avanzerà. 
(Veramente amica stella 
ha costui condotto qua.)

Dulcamara entra nell'osteria. 

Scena settima


Nemorino. 

Nemorino 

Caro elisir! Sei mio! 
Sì tutto mio... Com'esser dêe possente 
la tua virtù se, non bevuto ancora, 
di tanta gioia già mi colmi il petto! 
Ma perché mai l'effetto 
non ne poss'io vedere 
prima che un giorno intier non sia trascorso? 
Bevasi. Oh, buono! Oh, caro! Un altro sorso. 
Oh, qual di vena in vena 
dolce calor mi scorre!... Ah! forse anch'essa... 
Forse la fiamma stessa 
incomincia a sentir... Certo la sente... 
Me l'annunzia la gioia e l'appetito 
Che in me si risvegliò tutto in un tratto. 
(siede sulla panca dell'osteria: si cava di saccoccia pane e frutta: mangia cantando a gola piena) 
La ra, la ra, la ra. 

Scena ottava


Adina e detto. 

Adina 

(Chi è quel matto? 
Traveggo, o è Nemorino? 
Così allegro! E perché?) 

Nemorino 

Diamine! È dessa... 
(si alza per correre a lei, ma si arresta e siede di nuovo) 
(Ma no... non ci appressiam. De' miei sospiri 
non si stanchi per or. Tant'è... domani 
adorar mi dovrà quel cor spietato.) 

Adina 

(Non mi guarda neppur! Com'è cambiato!) 

Nemorino 

La ra, la ra, la lera! 
La ra, la ra, la ra. 

Adina 

(Non so se è finta o vera 
la sua giocondità.) 

Nemorino 

(Finora amor non sente.) 

Adina 

(Vuol far l'indifferente.) 

Nemorino 

(Esulti pur la barbara 
per poco alle mie pene: 
domani avranno termine, 
domani mi amerà.) 

Adina 

(Spezzar vorria lo stolido, 
gettar le sue catene, 
ma gravi più del solito 
pesar le sentirà.) 

Nemorino 

La ra, la ra... 

Adina 

(avvicinandosi a lui) 
Bravissimo! 
La lezion ti giova. 

Nemorino 

È ver: la metto in opera 
così per una prova. 

Adina 

Dunque, il soffrir primiero? 

Nemorino 

Dimenticarlo io spero. 

Adina 

Dunque, l'antico foco?... 

Nemorino 

Si estinguerà fra poco. 
Ancora un giorno solo, 
e il core guarirà. 

Adina 

Davver? Me ne consolo... 
Ma pure... si vedrà. 

Nemorino 

(Esulti pur la barbara 
per poco alle mie pene: 
domani avranno termine 
domani mi amerà.) 

Adina 

(Spezzar vorria lo stolido 
gettar le sue catene, 
ma gravi più del solito 
pesar le sentirà.) 

Scena nona


Belcore di dentro, indi in iscena e detti. 

Belcore 
(cantando) 

Tran tran, tran tran, tran tran. 
In guerra ed in amore 
l'assedio annoia e stanca. 

Adina 

(A tempo vien Belcore.) 

Nemorino 

(È qua quel seccator.) 

Belcore 

(uscendo) 
Coraggio non mi manca 
in guerra ed in amor. 

Adina 

Ebben, gentil sergente 
la piazza vi è piaciuta? 

Belcore 

Difesa è bravamente 
e invano ell'è battuta. 

Adina 

E non vi dice il core 
che presto cederà? 

Belcore 

Ah! lo volesse amore! 

Adina 

Vedrete che vorrà. 

Belcore 

Quando? Sarìa possibile! 

Nemorino 

(A mio dispetto io tremo.) 

Belcore 

Favella, o mio bell'angelo; 
quando ci sposeremo? 

Adina 

Prestissimo. 

Nemorino 

(Che sento!) 

Belcore 

Ma quando? 

Adina 

(guardando Nemorino) 

Fra sei dì. 

Belcore 

Oh, gioia! Son contento. 

Nemorino 

(ridendo) 
Ah ah! va ben cosi. 

Belcore 

(Che cosa trova a ridere 
cotesto scimunito? 
Or or lo piglio a scopole 
se non va via di qua.) 

Adina

(E può si lieto ed ilare 
sentir che mi marito! 
Non posso più nascondere 
la rabbia che mi fa.) 

Nemorino 

(Gradasso! Ei già s'imagina 
toccar il ciel col dito: 
ma tesa è già la trappola, 
doman se ne avvedrà.) 

Scena decima


Suono di tamburo: esce Giannetta colle contadine, indi accorrono i soldati di Belcore. 

Giannetta 

Signor sergente, signor sergente, 
di voi richiede la vostra gente. 

Belcore 

Son qua! Che è stato? Perché tal fretta? 

Soldato 

Son due minuti che una staffetta 
non so qual ordine per voi recò.

Belcore 

(leggendo) 
Il capitano... Ah! Ah! va bene. 
Su, camerati: partir conviene. 

Cori 

Partire!.. E quando? 

Belcore 

Doman mattina. 

Cori 

O ciel, sì presto! 

Nemorino 

(Afflitta è Adina.) 

Belcore 

Espresso è l'ordine, che dir non so. 

Cori 

Maledettissima combinazione! 
Cambiar sì spesso di guarnigione! 
Dover le/gli amanti abbandonar! 

Belcore 

Espresso è l'ordine, non so che far. 
(ad Adina) 
Carina, udisti? Domani addio! 
Almen ricordati dell'amor mio. 

Nemorino 

(Si sì, domani ne udrai la nova.) 

Adina 

Di mia costanza ti darò prova: 
la mia promessa rammenterò. 

Nemorino 

(Si sì, domani te lo dirò.) 

Belcore 

Se a mantenerla tu sei disposta, 
ché non anticipi? Che mai ti costa? 
Fin da quest'oggi non puoi sposarmi? 

Nemorino 

(Fin da quest'oggi!) 

Adina 

(osservando Nemorino) 
(Si turba, parmi.) 
Ebben; quest'oggi... 

Nemorino 

Quest'oggi! di', Adina! 
Quest'oggi, dici?... 

Adina 

E perché no?... 

Nemorino 

Aspetta almeno fin domattina. 

Belcore 

E tu che c'entri? Vediamo un po'. 

Nemorino 

Adina, credimi, te ne scongiuro... 
Non puoi sposarlo... te ne assicuro... 
Aspetta ancora... un giorno appena... 
un breve giorno... io so perché. 
Domani, o cara, ne avresti pena; 
te ne dorresti al par di me. 

Belcore 

Il ciel ringrazia, o babbuino, 
ché matto, o preso tu sei dal vino. 
Ti avrei strozzato, ridotto in brani 
se in questo istante tu fossi in te. 
In fin ch'io tengo a fren le mani, 
va via, buffone, ti ascondi a me. 

Adina 

Lo compatite, egli è un ragazzo: 
un malaccorto, un mezzo pazzo: 
si è fitto in capo ch'io debba amarlo, 
perch'ei delira d'amor per me. 
(Vo' vendicarmi, vo' tormentarlo, 
vo' che pentito mi cada al piè.) 

Giannetta 

Vedete un poco quel semplicione! 

Cori 

Ha pur la strana presunzione: 
ei pensa farla ad un sergente, 
a un uom di mondo, cui par non è. 
Oh! sì, per Bacco, è veramente 
la bella Adina boccon per te! 

Adina 

(con risoluzione) 
Andiamo, Belcore, 
si avverta il notaro. 

Nemorino 

(smanioso) 
Dottore! Dottore... 
Soccorso! riparo! 
Giannetta e Cori 
È matto davvero. 
(Me l'hai da pagar.) 
A lieto convito, 
amici, v'invito. 

Belcore 

Giannetta, ragazze, 
vi aspetto a ballar. 

Giannetta e Cori 

Un ballo! Un banchetto! 
Chi può ricusar? 

Adina, Belcore, Giannetta e Cori 

Fra lieti concenti gioconda brigata, 
vogliamo contenti passar la giornata: 
presente alla festa amore verrà. 
(Ei perde la testa: 
da rider mi fa.) 

Nemorino 

Mi sprezza il sergente, mi burla l'ingrata, 
zimbello alla gente mi fa la spietata. 
L'oppresso mio core più speme non ha. 
Dottore! Dottore! 
Soccorso! Pietà.

Adina dà la mano a Belcore e si avvia con esso. Raddoppiano le smanie di Nemorino; gli astanti lo dileggiano. 

[...]


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