lunes, 17 de octubre de 2016

CLAUDIO PAGELLI [19.302]


Claudio Pagelli

Claudio Pagelli 1. (1975).
Poeta italiano originario de Como, una ciudad de la Lombardía. Ha publicado algunas antologías de poesía entre las que se encuentran L’incerta specie (2005), Le visioni del trifoglio (2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (2008), Buchi Bianchi (2009) y Papez (2011).Ha ganado premios en distintos concursos en Italia como Il Fiore, Antica Badia di San Savino, Città di Capannori, De Palchi Raiziss, Dialogo, Il Lago Verde, Tommaso Grossi y Ugo Foscolo. Actualmente es director de la Asociación Artístico Cultural Helianto.



Traducción de Diego Tapia


Gesù e la lucertola2

Ti nascondi dietro la croce
come un insetto all’ombra del sole
sgranando il canto del rosario
per celare il tuo vero volto,
la corona di spine che ti strozza le vene strette,
il flebile flusso delle virtù che s’increspa alla luce
ogni sguardo recita la cifra del calcolo,
la lucida fretta della lucertola
che scatta verso la mosca.



Jesús y la lagartija

Te escondes detrás de la cruz
como un insecto a la sombra del sol
desgranando el canto del rosario
para ocultar tu verdadero rostro,
la corona de espinas que te ahorca las venas estrechas,
el flébil flujo de las virtudes que se encrespa a la luz
cada mirada entona la cifra del cálculo,
la lúcida prisa de la lagartija
que se lanza hacia la mosca.



L'uomo d'argilla3

Tu scavi la mia argilla 
con le tue spalle di sangue, 
il tuo cuore di spugna 
mi beve le vene profonde. 
Sei alta come un cristallo 
che mi crolla in gola, 
e tutta la violenza che stringo 
fra le dita è una vampa 
inattesa, il profilo di dio 
il tuo corpo deluso.



El hombre de arcilla

Tú cavas mi arcilla
con tus hombros de sangre,
tu corazón de esponja
me bebe la venas profundas.
Eres alta como un cristal
que se me derrumba en la garganta,
y toda la violencia que estrecho
entre los dedos es llamarada
improvisa, el perfil de dios
tu cuerpo decepcionado.



La formica bianca4 

Chi conosce la verità?
Tra le labbra dell'erba azzurra
corre la bianca formica Diogene
il sangue che ci scorre sotto
è giusto o corrotto?
E quanto costa un grammo di pensiero
che sia schianto di luce e respiro?
Anche il verso è esercizio di vanità
e il poeta
un'aragosta nella gola della nassa.



La hormiga blanca

¿Quién conoce la verdad?
Entre los labios de la hierba azul
corre la blanca hormiga Diógenes
la sangre que nos corre allá abajo
¿es justa o corrupta?
¿Y cuánto cuesta un gramo de pensamiento
que sea estruendo de luz y respiro?
También el verso es ejercicio de vanidad
y el poeta
una langosta en la garganta de la nasa.



Tempi moderni5 

Mi bruciano gli occhi ma va bene così
ho tradotto per ore dall’inglese all’italiano
un libretto per bambini - pochi fronzoli, zero sdruccioli -
e quattro soldi tipo rimborso spese
o giù di lì. il fatto è che giù di lì
si cade proprio in bocca ad un niente,
ad un nano-abisso che sadicamente mina l’autostima.
(traduttore o poeta che uno sia
o che pretenda da sé d’essere)
la pelle delle mani tirata e asciutta,
poche briciole di gloria attendono
l’incontro di una fame più grande.


Tiempos modernos

Me arden los ojos pero está bien así
He traducido por horas del inglés al italiano
Un librito para niños – pocos oropeles, cero esdrújulos –
y unos centavos tipo rembolso de gastos
o por ahí. El hecho es que por ahí
se cae justo en la boca de una nada,
en un nano-abismo que sádicamente mina la autoestima.
(por traductor o poeta que uno sea
o que por sí pretenda ser)
la piel de las manos tensa y seca,
pocas migajas de gloria esperan
el encuentro con un hambre más grande.


1 http://claudiopagelli.weebly.com/
2 Tomado de L'incerta specie, Lietocolle, 2005.
3 Tomado de L'incerta specie, Lietocolle, 2005.
4 Tomado de L'incerta specie, Lietocolle, 2005.
5 Claudio Pagelli, Papez, L’arcolaio, di Gian Franco Fabbri, Forlì, 2011

http://www.periodicodepoesia.unam.mx/





Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975.

Autore de "L'incerta specie" (LietoColle, 2005, prefazione di Manrico Murzi), "Le visioni del trifoglio" (Manni, 2007, prefazione di Fabiano Alborghetti),  "Ho mangiato il fiore dei pazzi" (Dialogo, 2008), l'e-book "Buchi Bianchi" (Clepsydra, 2010), "Papez"(L'Arcolaio, 2011, prefazione di Andrea Tarabbia).

Con opere di Emanuele Gregolin, Gianluigi Alberio e Massimo Monteleone pubblica inoltre  alcune plaquettes artistiche (PulcinoElefante, Osnago).

Premiato in numerosi concorsi letterari di interesse nazionale tra cui "Il Fiore", "Antica Badia di San Savino", "Città di Capannori", "De Palchi Raiziss", "Dialogo", "Il Lago Verde", "Tommaso Grossi", "Ugo Foscolo".
Sue poesie compaiono in cataloghi d'arte, riviste di settore e siti a tema.
Dal 2011 propone uno spettacolo teatrale basato sui testi di “Papez”, con i musicisti Luca Foglia e Matteo Goglio, la voce recitante di Simone Giarratana e la regista Chiara Tarabotti.

Dal 2004 presidente dell'Associazione Artistico Culturale Helianto, vive e lavora a Rovello Porro (CO). 



Papez, Casa editrice L’arcolaio, di Gian Franco Fabbri, Forlì, 2011


"dettagli"

vedi, se Ibra non soffrisse
d’ipertrofia agli arti bassi
neanche pregando
avrebbe deviato quel pallone
anticipando d’un soffio il portiere..
è la legge di sempre, lo sai,
sono i dettagli che fregano la specie -
il goal sbagliato di un niente
o la rete che invece si gonfia
in un cascame di luce di gloria...
minuzie, amico, astri che girano distratti
e ci disegnano a terra il profilo del naso,
la pancia del cielo, le gambe del caso...


“la strega”

milleuno milledue milletré
all’ombelico la mano destra
al cuore invece quella sinistra,
vedi la pancia che si gonfia
lievita come un panettone…
la ricetta è di quelle buone
se la paura t’afferra la gola
e il pensiero un poco s’annoda,
il tutto poi a buon mercato –
sono quella che paghi meno
fra Como Varese Milano
e il fiele che ancora sbavi
a fiotti larghi dalla bocca
io te lo cuocio per benino
e lo inghiotto al posto tuo…
è questa, vedi, la promessa
da buona strega di provincia,
e ti costa proprio nulla
poca roba, cinquanta l’ora,
ma vuoi mettere? la chimera
svaporata come merita,
e la tua mente libera
di sbagliare nuovamente…


“la volpe”

tutti ladri, fidati di me
che di queste cose me ne intendo,
trent’anni da venditore
a sputare sangue ad ogni latitudine –
fra i meridionali ma quelli bradi
di vent’anni fa, che poi sono buoni
se hai voglia di capire, di guardare da vicino…
e gli arricchiti, i parassiti della nuova economia
che non hanno mai saputo la fatica
nera della gavetta, della vita vera.
tutti ladri – diceva – in prima fila
pure il sottoscritto che ha fregato
gente d’ogni dove senza distinzione
d’età sesso o religione…
una volpe ignorante
che si infila come un inganno
fra i gorghi del tempo, un sorriso di burro
già sciolto al primo caldo…


“il ficus”

è così – foglia a foglia –
che si muore, come il ficus
ridotto a mobilio d’ufficio
nell’aria bellicosa del condizionatore.
è così, allora, la tenera eclissi
delle cose, senza sangue che sprizza
ai lati della carne né divini fotogrammi
a predire abilmente –
(ah! l’occhio rosso dell’angelo alle tue spalle
che ti avverte dello schianto imminente…)



“flash”

vivo per miracolo, reduce da uno di quegli appuntamenti
di noia così imburrati nel consueto,
sapete – i lemmi lanciati con la cifrata astuzia
del venditore, i sorrisi da manuale, le strette argute
di chi la sa più lunga per vocazione –
una sorta di piccola volpe in carriera
in lotta per la sopravvivenza da campo…..
è stato un attimo, un fotogramma scucito
da una pellicola segreta in memoria,
nel bianco sterrato circondato
da tutto quell’oro, quel grano biondo
evaso persino al mio sguardo d’esordio,
l’autostrada lontana, nessun passante, nessuna casa
emersa nei dintorni, i finestrini della citroen aziendale
abbassati, le dita fra le spighe, e una specie di seta nell’aria
come il più dolce bavaglio alla bocca del mondo…


“la cena”

si parlava di letteratura, come spesso
accade quando alla cena di classe
si scopre di essere accanto ad uno
che ora la insegna di professione…
e allora via di Purgatorio e Paradiso,
di fonemi stilemi e canzoni, della veranda del crotto
dove si ripeteva la lezione,
dell’odore del lago e dei gerani, della Barbara
sempre brava, anche su Montale…
i soliti noti le solite cose di sempre – mi sfugge dalla bocca –
come se dopo Gli Ossi non si fosse scritto più niente..
no, guarda che ti sbagli, – dice quasi a consolarmi –
i miei alunni leggono pure Pasolini
sai, la scuola ne ha fatti di passi avanti…


“per la via”

questa via sembra un fiume
dove scorre, acqua fitta, la vita…
ma i pesci sono meno soli,
nuotano a branchi per difesa
o per un amore che s’indovina
in quella danza di luce,
e non hanno, i pesci, certi sguardi
oscuri che paiono condanne,
lame silenziose nelle pupille
che fendono il vuoto, l’osso molle
dell’afa che strozza il respiro.





‘LA VOCAZIONE DELLA BALENA’ DI CLAUDIO PAGELLI


Quando il mammifero è ciò che ti resta di me
A corpo libero, in tutto l’istinto che c’è.

Mammifero, Subsonica in Amorematico, 2002



Non è un caso che Claudio Pagelli scelga un titolo nominale per la sua raccolta poetica La vocazione della balena (L’arcolaio, 2015. Collana La costruzione del verso diretta da Gianfranco Fabbri), utilizzando due sostantivi come ‘vocazione’ e ‘balena’. L’animale che Pagelli sceglie è un mammifero, come l’uomo. Non è un azzardo citare quindi un noto successo pop dei Subsonica, posto in testa a questa recensione; la balena potrebbe da subito apparire come l’altro-uomo che s’inoltra “a corpo libero” nelle peripezie della vita quotidiana e che tenta di viverle sino in fondo lanciando una sfida in versi allo scorrere dei giorni, competizione che poi potrebbe essere la sua ‘elezione’.

È lucido lo sguardo del poeta, ben evidenziato nella prefazione concisa di Guido Oldani, che esalta la qualità del ritmo, l’efficacia delle similitudini rovesciate, che lo annuncia come un autore con il piede nel terzo millennio. Di certo il bestiario di Pagelli – anche titolo di una sezione, Bestiario d’ufficio, ma il luogo di lavoro è più volte richiamato e traslato in tutto il volume − ci porta a rileggere il nostro presente, a considerarlo intriso di un senso di obliquità che appartiene a tutti, e da cui non possiamo sfuggire. È complice ogni immagine che ci invita non a interpretare ma a cogliere “oltre”. In questo la forza dei versi, irriverenti, contenuti dalla (e nella) forma. Si può citare, ad esempio, il doppio ritorno delle “meduse” (“le cuffie sono meduse leggere”, p. 16; “le soffici meduse dei pollini/ 
nuotano esatte la vasca d’aria/ 
all’ultimo piano dell’edificio –”, p. 26), qui zoologicamente intese ma che potrebbero anche essere trasfigurazione del mito e di un portato culturale quindi, in un senso contemporaneo. Il senso di precarietà – di cui fin troppo si abusa oggi – è sotteso nella scelta linguistica dei titoli, nella punteggiatura, nella scelta delle minuscole in luogo delle maiuscole. La sezione Burattini fa pensare a chi è assoggettato al potere di qualcun altro, anche al giogo della parola, ma anche la precedente Caffè in sette quarti ammette che le sue quartine siano da leggere “sorbendo” un tempo dispari. Il 7/4 è un tempo che in musica dilata idealmente l’idea del tempo – utile all’assorbimento del caffè -, ma resta dentro la criticità del dispari, è nervoso, e quindi richiama un certo equilibrio transitorio. Pagelli, tuttavia, ci suggerisce tutto ciò utilizzando il metro della tradizione e affidandosi alla rima, non lasciando nulla al caso stilisticamente, con il collo (e l’orecchio) di tre quarti teso al passato, anche a quello più recente del citato Simone Cattaneo o di Ivano Ferrari, solo per fare qualche nome. Questa l’originalità del suo poetare e della sua voce.



“call center”

ora che tutto riparte
in questa selva lampeggiante di voci
le cuffie sono meduse leggere
sulle teste degli operatori che oscillano come boe marine
e le bocche gonfie di parole, promesse d’occasioni
nel mercato virtuale
l’abbonamento migliore alla novità in visione –
l’estrema spremitura della buona volontà…



“terzo piano”

anche milano balla
la rumba del sisma –
nella pancia di mezzogiorno
il vetro oscilla, qualcuno grida
la tipa in fondo la fila
scatta come un topo e se la svigna dalle scale.
il capo, invece, ricurvo
fra i cavilli di un contratto
neppure s’accorge
della scossa del grido del ballo di gruppo…
(roba da poco l’oscillazione del globo
se la clausola si nega all’espulsione
se l’equilibrio è di carta e l’inganno la sola visione)



“le oche”

ingozzati come oche
destinate all’esplosione
si resta nella cella
in attesa della cena,
la maschera che s’apre
e la voce che riparte
nel solito carnevale
(la sera che scende, il sole che sale) un pensiero s’infila
quasi per sbaglio nell’aria –
che serve la mia presenza
la zampa rotta dal peso
se neanche so se è vero
il dio della tua preghiera,
se il grande cielo che vedo
è l’esordio della buona novella
o il culo azzurro di una balena…?


“meduse”

le soffici meduse dei pollini
nuotano esatte la vasca d’aria
all’ultimo piano dell’edificio –
sembra una metafora del male
più che il bussare della primavera…
e l’urticante indifferenza delle cose
striscia il respiro vicino, buca piano
il corpo del mondo, senza avvertire
il minimo dolore, il danno frontale dello schianto…



“quartina n.1”

tutto di fretta, anche questi versi
rubati alla bocca del tempo
come fiori nati sul cemento
fratelli degli altri, ma diversi…



“quartina n. 5”

dice di essere un vero imprenditore
uno che viaggia in prima da gran signore
per affari di radio e televisione
qui solo per svago a sudare sotto il sole…



“l’attore”

che si contorce e dà voce
alle voci, smaschera mascherandosi
le rose sottili, le spine atroci…
eccolo – signore e signori – lontano
dal centro, dal rogo invisibile delle cose,
gira su se stesso come un frullatore
abbaia alla luna come un cane –
non c’è niente che non possa fare
nessuno che non possa surrogare
io sono il sogno, il grillo di zucchero
che sfama la bocca grande della sera,
sono il padre e la madre, l’errore e la catarsi
e posso pure insultarti
dire quello che penso ed il suo rovescio
e tu applaudimi sempre, anche se dal palco in testa ti piscio…



“la vocazione della balena”

aperta la bocca
come una grande balena
la lingua di gradini
aspetta la prima cena –
timidi mitili, pesci azzurri
ed altre specie minori in arrivo al binario sei
(dice la voce inudibile
nella pancia della stazione….)
e come pesci non si domanda
s’entra a branchi involontari
ognuno col suo bel colore
avuto in prestito dal caso,
chi prega chi pensa chi legge il giornale
chi bianco in volto chi gonfio come un gommone
chi già rosso con la lingua che cade…
l’ombra di granchio del vecchio professore
sbanda un poco sulle scale, nella borsa marrone
qualche lisca di sogno, una frase di commiato
sugli appunti dell’estrema lezione…






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