domingo, 15 de noviembre de 2015

SERGIO D'AMARO [17.518] Poeta de Italia


Sergio D'Amaro 

(Rodi Garganico - Foggia, Italia 1951) ha publicado libros de poesía, ficción y no ficción, dedicándose sobre todo a un autor tan emblemático Carlo Levi (por la que editó una monografía, algunas conferencias y una biografía, coll. G. De Donato, un Turín Sur, Baldini Castoldi y, 2001, 2005 2). 

Colabora con algunas revistas literarias y en el cultural "La Gazzetta del Mezzogiorno". Es uno de los líderes del Centro de Emigración y el Centro de Estudios "J. Tusiani "de San Marco in Lamis (Foggia). 

Entre los más importantes libros publicados:  Le caselle mancanti (1986), Il paese che ricordo (1996), Canti del Tavoliere (2003), Il nostro Adriatico (2006) e Italy Italien Italie Italia (in coll.) (2008).

Ha recibido reconocimientos por su actividad como poeta:  (Il ponte di Heidelberg, La scala di Beaufort, Beatles, Fotografie e altre istantanee) e di narratore (Gargan River, Terra dei passati destini, Romanzo meridionale). È inserito in alcune antologie, pubblicate da Laboratorio delle Arti, Crocetti, Universidad Católica de Córdoba, Palomar.

Dirige el semestral “Frontiere” y colabora en “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “Il Ponte”, “Incroci”, “Periferie”, “L’attacco”. 




AQUEL AÑO tenía el ala de los dioses. 
Salías, niño, en la onda de la radio 
sus sonidos sumergidos en el fondo del alma 
exento de los primeros encuentros con el mundo. 

¡Feliz de ti, Cupido entre los deseos 
puros de la edad solar! Feliz, 
tú que apenas sabías el abecedario 
y cantabas como el alegre paro
en el árbol más alto de tu cielo. 

Sólo la voz tierna de los años 
la castaña asada cerrada en la mano 
la brisa leve de una blanca Cùrzola… 

Te tenía cierto el soplo vago de Venus 
y una estrella guiaba tu camino.





QUELL’ANNO aveva l’ala degli dei. 
Partivi, bambino, sull’onda della radio 
coi suoni immersi in fondo all’anima 
salvo dai primi incontri col mondo. 

Beato te, Cupido tra i desideri 
puri dell’età solare! Felice,
tu che appena sapevi l’abc 
e cantavi come allegra cincia 
sull’albero più alto del tuo cielo. 

Solo la voce tenera degli anni 
la caldarrosta stretta nella mano 
la brezza lieve di una bianca Cùrzola… 

Ti teneva certo il soffio vago di Venere 
e una stella guidava la tua via.

Traducido por Emilio Coco





(Caro Friedrich)
Da Il ponte di Heidelberg (Pescara, Tracce, 1990)

Caro Friedrich, grandi mani spingono il vento
tra i vasi esposti sul balcone.
Lontani vanno gli occhi da questa balaustra,
alle città, alle foglie, agli uccelli
alle pietre remote del passato.
Lenti sono i colori nella nebbia
opache le amicizie che non tengono
dove sapere le rotte per una stagione più calda?
Caro Friedrich, la barca è paziente
mentre notti e tempeste coprono il pontile
e tu ancora ritorni dalle passeggiate pensose
nel parco, accompagnato dal cane.
Bisogna partire
seguire i percorsi che sono assegnati
giungere alla meta del viaggio.
Osservo con te l’acqua del fiume che non ha fretta
e si muta in ghiaccio l’inverno
nel cielo livido di Heidelberg.
Dovremo aspettare, caro Friedrich,
aspettare, mentre è già quasi sera.

(24 giugno 1984)



(E' passato l'inverno)
Da Il ponte di Heidelberg (Pescara, Tracce, 1990)

È passato l’inverno, caro Friedrich
la stagione che credevamo più fredda.
I ghiacci sono sciolti, l’acqua è libera
passano carrozze e signore con cappelli
la Friedenstrasse è in festa.
Ho rivisto ieri Hugo von Homburg, pallido,
il tepore di marzo non lo tocca
gli danno fastidio i pittori sul ponte.
Conosci la malattia di Hugo, Friedrich?
Soffre di progressiva perdita della parola
patisce seriamente e talvolta ha inaspettati
accessi d’ira, se la prende anche con i cani.

L’inverno è passato, caro Friedrich,
l’inverno che credevamo più freddo.
Ora ci riscalda una brezza piacevole
andiamo più spesso a cena da Karl.
Ho sempre da parte la mia “Heidelberger Zeitung”
ho voglia di notizie fresche, non importa
che siano quasi sempre ripetitive.
Può darsi, anche, che legga di Hugo
della sua definitiva scomparsa dal ponte.
È così facile, infatti, morire per acqua!

(24 giugno 1984)



(E' la seconda tempesta)
Da La scala di Beaufort  (autoed. 1998)

È la seconda tempesta
da quando sono tornato da Middlemark.
Ho sentito che l’Atlantico è in rivolta
proprio alle nostre latitudini
ed Anthony non si dà pace
per le sue mancate uscite al largo.
In queste spume, tra le nuvole di spruzzi
vado invano cercando qualche mare di prima
qualche rapida pioggia benigna
il volto di Robert con le labbra aperte.
La Natura urlante respinge
qualunque mano si tenda
ad afferrarne il turbine.
E nessuno più cammina
sotto le lampade annegate
nessuno più guarda alla torre
nessuno più saluta.

È la seconda tempesta.
Rompe rami, schianta insegne
confonde il confine della terra
ha una rabbia e una vita
molto simile alla vedova Cliquot. 




I. Ingrandimenti [2001]
Da Fotografie e altre istantanee 
(Foggia, Sentieri Meridiani, 2008)

1.

Luce entro cui si raccolgono
le abbaglianti linee del paese
la cupola celeste del mattino
la striscia salata del molo.
Il cuore dell'infanzia batte
nel grembo di questo scenario
si radica molle un senso di passate brezze
di aromi resinosi di pinete
di magiche caldarroste
che riempiono le piccole mani.
Una barca che parte.
Verso est, verso la Dalmazia dolce e corrugata
come il sogno del mio amico Tomas
come la roccia ricoperta di muschio
profonda e ovattata.



2.

Chiesa di San Nicola.
Un po' di Seicento e di Settecento.
Nelle file a destra, terza panca,
è posato il velo trapunto di una donna che passò
nel suo drammatico Novecento.
Le  candele sono sempre nuove
l'altare lindo le vetrate smaglianti
e il vecchio organo che risuona
nelle sue ondose ferite.



3.

Le punte dei pini scorrono
sopra il tetto dell'automobile
che fugge ariosa tra le essenze
profumate di un'altra estate.
Come vanno in fretta questi aghi di tempo
Via Appia e Foresta Umbra
come pungono agli occhi
fosfeni calamitati.



4.

Tersa lastra di mare meridiano
amiche profondità di abisso
nudo miraggio di sabbie uniformi.
Un folle granchio s'è impadronito di me
è uscito alla riva infuocata
ha mosso la conchiglia inerme
è ritornato al suo fondo imperscrutabile.



5.

Isola. Due gabbiani sopra il faro.
Isola tra isole. Vapori freschi di onde.
Nuvole grigie, vicine a questo quadro eterno.



6.

Il vento ha urlato tutta la notte
graffiando anche l'alba e il sole difficile.
Ho ascoltato fino in fondo la sua arroganza.



Un viaggio del 1957
Da 20th Century Vox (inedito)

Quell’anno aveva l’ala degli dei.
Partivi, bambino, sull’onda della radio
coi suoni immersi in fondo all’anima
salvo dai primi incontri col mondo.
Beato te, Cupido tra i desideri
puri dell’età solare! Felice,
tu che appena sapevi l’abc
e cantavi come allegra cincia
sull’albero più alto del tuo cielo.
Solo la voce tenera degli anni
la caldarrosta stretta nella mano
la brezza lieve di una bianca Cùrzola…
Ti teneva certo il soffio vago di Venere
e una stella guidava la tua via.

Caro specchio, dimmi, quale elettrico
lampo illuminò la scena,
quale dio infuse vita a quegli occhi
che si aprirono grandi e stupiti
sul mare pacificato del dopoguerra?


Ritorni tu, mamma, a darmi l’antico pane
spalmato di zucchero e d’olio
nelle bolle infuocate della controra,
e tu, babbo, assorto nei tuoi pennelli
scampati all’acqua ragia e tuffati
in altro colore, gatti pigrissimi
e cani fedeli, chiese al fresco
di ruscelli alpini, copie amorose
di Raffaello. Gli stessi resinosi
odori della pineta Marzini
con l’azzurro trafitto da milioni di aghi.



La Guerra
Da 20th Century Vox (inedito)

La Magnani mitragliata mentre corre
ci mise nel cuore una ferita.
Quanti camion partivano
pieni di speranza, quanta gente
sulle strade polverose della guerra!
Tutti a casa! Ma dov’era la casa,
se tutto era caduto e il cielo
era ancora acre di spari?
Capitano, ci porti in salvo,
verso il mare che ci vide bimbi,
alla fonte che ci levò la sete.
Capitano, è ora di partire,
di tornare alla piazza degli antichi
giochi, delle intrepide corse,
di suonare la campana delle chiese
di ripiantare le erbe nell’orto.
Su, capitano, si tolga la divisa,
è ora di scrivere il suo pezzo
per il giornale che scandalo farà.
Poi verrà il 18 aprile ‘48
e tutto tornerà com’era prima.




Succo d'arancia
Da Succo d’arancia (inedito)

Bella giovinezza confusa con l'infanzia
pestata con l'uva dei primi sentimenti
ecco l'età avanza e la memoria corteggia.
Ho bevuto fino in fondo la bottiglia
spumante di illusioni, ma la gola è secca.
E te rivedo dolce riva d'acqua
e ciottoli bianchi e profumate serre
a te m'affido, mano materna d'aranci,
odoroso languore di meriggi
sereno balcone di sicurezze.
Cosa ti debbo, vita? E quale mistero
tocca al nulla che mi fece te
quale misterioso agguato di cellule
mi aprì a questa veglia di battaglie?
Il destino, se c'è, è chiuso in un'ora.












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