miércoles, 4 de noviembre de 2015

MASSIMO ROSSI [17.361] Poeta de Italia


MASSIMO ROSSI

Massimo Rossi nació en Venecia, Italia en julio de 1956, vive en Mogliano Veneto (Treviso), periodista, experto de autógrafos y manuscritos antiguos.

La críticos que enmarcan su poesía en el "Neolirismo". Sus poemas aparecen en muchas antologías, revistas de poesía y Internet.

Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie: Aritmie Metriche; nel 1993 con altri tre poeti l'antologia di poesia erotica: La mano sulla carne con prefazione di Dario Bellezza. Nel 1998 per le Edizioni del Leone ha pubblicato: Minima Poetica e altri versi giunto finalista al premio Ungaretti. Nel 1999 Ha vinto il primo premio al concorso nazionale per testo teatrale Sottopalco. Nel 2001, presso le Edizioni del Leone, ha pubblicato il testo teatrale La sorte dei poeti (o dell’ironia). La sua produzione poetica è riconosciuta dalla critica nel Neolirismo; ne hanno scritto Dario Bellezza, Alberto Cappi, Roberto Carifi, Luciano Nanni, Paolo Ruffilli. Sue poesie compaiono in molte antologie, riviste di poesia e in Internet. Tra il 2000 e il 2002, pubblica sotto pseudonimo due libri di narrativa. Ha tenuto corsi di studio e approfondimento della Poesia per il Comune di Mogliano Veneto (Treviso). Ha scritto articoli per il Gazzettino di Venezia, per il mensile di antiquariato Charta, attualmente tiene laboratori di poesia e teatro per l'Assessorato Politiche Sociali - Reds del Comune di Venezia. E' stato direttore editoriale della Libreria Chiara & Co. Editrice





Con tal que pueda quedarme junto a tí
ser querría tu sueño
ese que al despertar olvidas.


*


Ahora tengo algo mío:
tu hermoso ombligo
punto cardinal del norte
del deseo primordial
icono del placer rebelde
ojo de tu piel
bribón sin pestañas
con una forma de zucchini que tapa
hostería o hotel de cinco estrellas
pequeño frijol saltarín
pequeño diamante jugoso del eros
sobre la corneada azucarada.



da Aritime Metriche 1993

Verrà ancora l’alba, Padre mio
e parlerai illuminando il pioppo :
così lo stagno e il suo meditabondo
castagno, torneranno a nuova vita.
Come Lazzaro affogato nel buio
sconosciuto, inumano, già dovrò
aspettare la morte di una notte
per cogliere la Tua luce divina. 



da La mano sulla carne, 1993

Penso: "nel bene e nel male: io ti amo!"
ma forse più nel male che nel bene. oggi.
                                                  domani notte
                                                  baciarti il sesso
                                                  mi auguro abbia più senso.
rimane dunque un sonetto incompleto il mio amore per te.



da Minima Poetica e altri versi 1998

MINIMA POETICA
(nuova versione)

        Parte I

Tu dovresti non credere
a nessuna delle mie parole?
proprio a nessuna?
ascolta questi tuoni verità
e chiedi: " amore siamo dunque poeti? "
mia bella chioma rossa penserei
che in te vive poesia!
sì! e vorrei berla tutta dal calice
forgiato da cupido
e cesellato da eros
poiché il desiderio di averti
non abbandona il senso del mio verso
questo devi ancora capirlo. aspetta!
non coprire le nostre nudità
dovrai sentire il fremito
barbaro che nasce dal roseo ventre
ed in quel mentre egli t'apparirà
bufera intima brutale e corrotta.
la poesia penetra nei nostri corpi
in ogni possibile buco o fessura
e raggiunge i misteri del perenne.
travolge e purifica senza paura
l'anima. squarcia il velo
d'un indefinibile colore dove si intrecciano
in un amplesso antico quanto il mondo
pensiero e azione.
pensiero e azione!
e fare il pensare e pensare il fare
edificare inclite architetture
alte cattedrali pagane in versi.
marmi mattoni e mosaici di sillabe
allo scopo di donare un rifugio
inviolabile e sacro
tra le righe di un libro.
inizi a capire
l'importanza del canto?
dynamis eterna della parola!

per comprendere tutto
sulla natura delle cose umane
il segreto non è solo nel verbo.
c'è un suono ovattato soffocato
dai crescenti rumori
di ingranaggi e motori:
il perpetuo respiro del creato.
ciò da coscienza della vita eterna
poiché nulla veramente
ha un destino di morte.
ma l'uomo
seppure cosciente che nulla muore
nel corso della sua esistenza
vede e sente la morte
la invoca nella disperazione
la ripudia nella gioia.
solo se uniti
in una assoluta e mesta armonia
il pensare e il fare sostengono
quella forza vitale ed interiore
d'accettare la propria natura
senza porsi perché.
io in questo preziosa amica non riesco:
pormi perché mi occorre per vivere.


       Parte II

nel mare delle umane incertezze
sto navigando sospinto da un alito
verso la terra dei sentimenti
governati dall'anima e dalla ragione.

mi affanno in una sterile
ricerca del ritmo del verso chiuso
del verso libero del verso malchiuso
e bacio e ribacio montale.
e di sicuro sbaglio capisci? sbaglio
e sbagliando sbadiglio
poiché mi annoio a morte.
meglio sarebbe riprendere a fare all’amore
scoprire insieme ogni ruga dei nostri corpi
o percorrere con le labbra
le vie che portano ai tuoi accelerati sospiri.
rileggendomi
in queste ore di fine d’anno
mentre qualcuno anticipa l’inizio del nuovo
con castagnole e razzi solitari
il dubbio si è fatto più forte
se in questo momento scrivo poesia
o uno zibaldone
con pochi ingredienti conosciuti.
non sono pazzo pazzo pazzo!
appena in tempo
arrivo alla conclusione
guardando il tuo corpo nudo
che non mi importa un cazzo
se scrivo poesia o prosa.
lo ammetto.
fino a due ore fa
mi importava e tanto
della forma della musicalità
e della lunghezza del verso
ma ora?

Ora che le mie dita battono fonemi al computer fonemi che generano sillabe che generano parole (e se ne fottono dell’a capo), voglio partorire qualcosa di indefinibile messo al mondo solo per discutere. Pensi serva qualcosa la mia opinione se questa che stendo come panni al sole sia Poesia? Che importanza può avere per noi, per chiunque di noi, stimarsi poeti? La presunzione in arte non significa un difetto perché dispone ad una affermazione e infonde apparente sicurezza. Però credimi, il giusto prezzo da pagare è esattamente il contrario: infinita incertezza, infinita fragilità. Non esiste modo per sfuggire al pegno. La maturità in Arte sta nel convivere con la certezza del dubbio nel tenere in equilibrio il mondo interiore con quello quotidiano. Bada, non può essere mai un equilibrio stabile: in ogni istante è d’obbligo verificare i pesi d’anima e ragione; spostarli continuamente da un polo all’altro e tu sei l’asse, il fulcro e la padrona delle forze in gioco. L’Arte non è certo figlia o madre della serenità.


       Parte III

la funzione del poeta
pensando bene
gocciola misteri.
se vuoi forse una funzione
è quella di percepire infinite realtà.
per primo grido che un mondo senza poeti
non potrebbe essere né vivo e reale
la parola è necessaria all’uomo quanto l’aria.
e il poeta essere dai mille occhi ed orecchi
osserva ascolta trascrive condensa
il fare e il pensare dei mondi.
ma tutto ciò a me importa?
o importa a te che ascolti indifferente
la mia piatta infantile lettura?
accetto il compito che l’arte mi ha affidato?
scrivere per essere compreso dagli altri
è veramente ciò che voglio?
la parola quanto spazio e silenzio
invade di me stesso?
la forma rimane lo stimma
dell’uomo incarnato poeta?
dal basso dei miei anni
vorrei capire capire di più
forse conoscermi meglio
cercare di comprendermi
affinché altri possano comprendersi.
leggendo ancora una volta
questi liberi versi il loro senso e suono
scopro del mio delirio l’inutile grandezza:
il bello e il buono devono in arte
attraverso una mirabile metamorfosi
trasformarsi in utile.
un verso inutile
non ha ragione d’essere immortale.
anche se scritte le mie parole
e tremo per questo
avranno un futuro
da donare al maestrale.


       Parte IV

ed il nostro vento soffia impetuoso
alberi antenne e versi
dondolano come impazziti pendoli.
anche i miei animali preferiscono
restare dentro casa.
noi dovremmo uscire
sentire l’aria di gennaio gelida
frustarci viso e mani
eppure molti
il cui destino disegna in astratto
andranno alla chiesa
per ascoltare messa
convinti sia una prova d’amore
verso dio ed il suo casuale ministro
e l’astratto divenga figurato.
il prete sarà grato ed orgoglioso
di sentire tanto calore in chiesa
ma non ringrazierà.
migliaia di peccati
verranno perdonati.
l’urgenza di essere puri
almeno per un paio d’ore
candeggia le coscienze
di deboli e vigliacchi.
il poeta si confessa nei suoi versi
e più si confessa meno è sincero
non vuole un perdono
piuttosto una tregua agli effetti
della sua naturale ambiguità.
siamo dannati condannati
a non avere pace
a non godere come vorremmo
di modeste umane gioie
a comprenderle
a farne canto quasi senza viverle
prostrati da una sofferenza
continua e strisciante
da un fastidio sottile
che bene espresse baudelaire.
quando un ragazzo
mi offre i suoi versi
non li leggo li sento e respiro
sono aliti sonori di una spontanea tristezza.
la giovane melodia assume
una forza liberatrice
un tentativo di graziare
la pena esplosa dal cuore.
quanto mi sono cari
i versi semplici degli adolescenti!
sono verdi arbusti di salici
ignari d’essere piangenti
cercano la purezza del crescere.
il loro spleen si nutre ancora di speranza.
l’intimo dolore l’intima privazione
si canta più della gioia
alla penna si affidano testimonianze
che mutano come dal sereno in tempesta
e spesso mutando lasciano godere l’anima
di un’effimera quiete
ma dietro lei si nascondono orribili
rassegnazione
sete dell’invisibile
rimpianto.


       Parte V

ora non parlare
perché è giusto domini il silenzio ai suoni
i tuoi occhi urlano
la rabbia per l’assenza d’amore.
forse il poeta
uomo o donna che sia
non riesce ad amare
(un’altra dannazione)
poiché comprende dell’atto l’origine divina.
quando dal sonno risvegli l’ispirazione
qualunque cosa tu scriva
è all’amore che stai pensando.
potrei adesso trovare il coraggio
per dirti: "poesia è amore!"
o se vuoi ne è la vera voce.
no. no. no! mia occasionale compagna
che serve ti sussurri con docile rabbia
ciò a cui per primo non credo?
se tanto valgono le sillabe
non chiamarmi poeta
non scaldarmi con i tuoi rossi capelli il petto.
diffida. sono un nemico astuto
che cerca la propria sconfitta nei baci
negli amplessi furibondi
consumati nel sottoscala o sopra la lavapiatti.

ma sono così stanco.
dormire indifeso sulla tua pelle
sperando nella tua vendetta...
voglio arrendermi
ad un sonno senza sogni.
prima permettimi d’immaginare
il nostro verbo vele di un vascello
in rotta verso una terra
che mai raggiungeremo.

Si vis me flere, flendum est. Primum ipsi tibi…*

* "Se vuoi che io pianga devi piangere prima te stesso" 
dall' Arte Poetica di Orazio



Da qui tutto comincia.
l’andirivieni di deboli tramonti
e d’albe malate di buio
segnano l’età dei miei figli.
vivere sembra una convalescenza
senza fine: l’attesa
unico rimedio alla pazzia.
oppure somiglia ad un banco dei pegni
dove mi prestano un terzo del bene
e rinnovo ogni sei mesi il coraggio
per un indifeso sorriso.
mi accorgo di invecchiare
dai prestiti restituiti
dalle bollette pagate e non pagate
dal preventivo del dentista sempre più alto
dall’usura dell’auto e della caldaia
dai gratta e vinci inutili
dalle sere trascorse immerso nel web
cercando nel virtuale il reale.

ti credo sempre leopardi
ma non più al vigore del passato
è una condanna pietosa il ricordo!
senza tempo senza dimensioni
la malinconia ha ceduto la cattedra
al maestro dei maestri: l’attimo.
da lui dipendo da lui apprendo
ora l’arte amica.



E' lieve appartato modesto l'obbligo
di te. un rumore lontano di battaglia
s'incaglia tra i nostri obsoleti stupori.

                                  siamo giunti alla resa.

nascono nuovi amori nella battigia
i bacini lì apprendono a muoversi:
non esiste più del sospiro il pudore.

tra noi non c'è che il rigore del pianto

e domani. domani
lo scheletro d'assenza.



Fu cenere ancor prima di ardere
l'intesa meditata perenne.
avevi intenzioni velate
tronchi perché piane emozioni
fini fiammiferi sdruccioli.
con la testa china
in attesa di cenere
insisti ad incendiare il domani
ignifugo quanto l'oggi.

e dal quartiere dormitorio
dove la notte distendi il mio
corpo abbandonato
risorge la noia dell'insonnia
ed il sospetto che al nulla
si opponga sconfitta la parola.

piantarsi in terre che amplessi non videro
provoca ustioni appena visibili.
potresti pensandoci chiamarle
così: solitudini stratificate.
formano direttrici oblique
allo stesso modo di sguardi indifferenti.



Desidero esserti dentro
pure nei pensieri
scoprire se uno mi appartiene.

se fossi certo
che il mio viso non ti è tregua
alla noia del giorno
come lo è il tuo per me
che il vedermi al mattino
non è un intenso possente respiro
comunque ti amerei.


nel silenzio infranto dai tasti del p.c.
scriverei di te come sto facendo ora
racconterei di quest' amore monco
alle mille orecchie invisibili
che tutto con attenzione ascoltano.

28 luglio 1996

E’ un giorno dal colore asprigno
questo. dal suono grigio alluminio
dal gusto sordo.
la pioggia riciclata da un lontano
temporale non mi chiede il permesso
d’essere ospite al mio compleanno:
poco male. non ho preparato la torta.








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