sábado, 25 de junio de 2016

SIMONE BURRATTI [18.895]


Simone Burratti 

(Narni, Italia 1990), estudiante de doctorado en la Facultad de Artes, Universidad de Siena, y editor de la revista en línea formavera. Sus discursos y las traducciones de Inglés han salido en la revista "Poesía" y en Leparoleelecose blog literario.



Traducción Myra Jara y Carlo Bordini


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No hay cosa más cercana a la soberbia que el exceso de humildad
                                                                                                           
P. Almodóvar


S. es una persona baja e insignificante, el clásico personaje con quien no puedes identificarte. Cree firmemente en el individualismo y sobrevive gracias a una forma de socialización parasitaria.

S. te espía de reojo desde la fisura de la puerta, desde el ángulo ciego del espejo, desde proyecciones más sinceras de tu autoconciencia; está ahí, donde lo has olvidado.

S. conoce todas las debilidades una por una y las ha asignado a las sombras que lo siguen, de noche, a lo largo de las calles con los árboles. Las sombras se alargan hacia el norte, se van y después regresan. Todas las sombras parecen perfectamente idénticas.

En los medios públicos, S. desflora a las mujeres con el dorso de la mano.

S. es un hombre que sufre de meteorismo. La palabra meteorismo le gusta, y siente que lo representa plenamente. En el balcón, imagina hincharse tanto que se vuelve más ligero. La panza es dura y oval. El vacío es su fuerza. Estimulado por un movimiento interior se alza hasta la altura en que piensa. Después desaparece en la oscuridad.

S. aparece y desaparece con el esfuerzo abdominal de una luciérnaga.

Cuando S. escribe a mano, el eje y del pulso funciona mejor que su eje x.

S. ha trazado el perímetro de un cuadrado alrededor de sí. Muros invisibles que se alzan virtualmente al infinito, bosquejos de reclusión sugeridos apenas con un gesto de la mano, del eclipse de una mirada, definen el espacio mental dentro del cual S. se mueve: aunque si quisiese, no podría salir de ellos.

S. se miente a sí mismo desde el día en que ha aprendido a aceptarse.

No obstante las señales evidentes de un empeoramiento – la curvatura de la espalda, la gradual pérdida de profundidad en los ojos, el olor animalesco liberado con el sudor y con las heces – S. no quiere ser curado.

S. mira los alrededores del compartimento. Se alza, va hacia el baño, tiene la puerta cerrada con la mano. En este momento la masturbación puede parecer tanto una evasión como una batalla por el control del mundo. El tren corre en los andenes. La realidad regresa lentamente en blanco y negro.
Alguien toca.

S. es el ayudante, el gandharva, la kitsune, el jinn, el trickster.

S. es la única persona que podría comprenderme.

S. es la luna de Majora’s Mask, su grande rostro aterrorizado, la gravedad de los eventos que amenaza, ineluctable, al mundo.

S. trata de tocar la sombra fina que de los pies asciende a lo largo del muro. Un fragmento de la pared se desprende y deja el dedo de S. sucio de polvo rojo. Baja la mirada, concentra la percepción en los hombros y la nuca. Siente el cielo sobre sí como una mano inerte y gigantesca.

Perdida toda desenvoltura hacia el sol, S. se encierra en su habitación.

http://cainabella.blogspot.com.es/



La scrittura di Simone Burratti (Narni, 1990) alterna poesie a piccole prose. In entrambe le forme si avverte la forza quieta di una scrittura che tenta la trascrizione puntuale di stati d'animo interiori, senza che essa ambisca a farsi sovvertimento e trasfigurazione eroica. Lo stile di questo giovane scrittore è volutamente piano, pacato, misurato; se a tratti può apparire dimesso, lo è per eccesso di attenzione e puntualità di esame, per piena coscienza del proprio progetto stilistico. Burratti tenta gli stati limitari della nostra coscienza, ma i più comuni e feriali: i sentimenti di tutti, appartenenti a tutti, che per distrazione rimangono ai margini della nostra vita. Essi sono così singolari e diaristici da poter essere anonimi e collettivi. Sono tutti peccati di un soggetto isolato: l'abulia, il prostramento, la nostalgia d'amore come il sogno ad occhi aperti emergono dalle sue pagine come perdonati; accolti da una scrittura che sa risolversi in gnome solo perché è frutto di maturità ed esperienza, di fiducia profonda nella scrittura come forma di conoscenza. (C'è in queste pagine una vicinanza con il Tozzi di Bestie e dei Ricordi di un impiegato, ma senza che il grottesco vi entri violento). Una poesia dell'attenzione, dunque, questa di Simone Burratti, e dei margini rimessi al centro; una scrittura in cui ci sentiamo compresi anche laddove non avremmo voluto: “Ovunque, un giorno della mia vita. Essere ignorati o troppo conosciuti. Le sentenze peggiori escono dalle bocche distratte”.


Sto scrivendo da un tempo diverso,
dove tutte queste cose non sono più importanti.

Ho sempre ferma in testa un’immagine di me
da bambino, e i suoi occhi sono buoni.

Vorrei che fosse l’unica immagine del libro,
ma è soltanto una mia proiezione, qualcosa che si è perso.

Scriverlo non significa salvarlo
ma tornare ad avere i suoi occhi per un attimo;

ripercorrere i movimenti della sua natura,
starlo a sentire, perdonare il suo futuro.


***


La mia vita si disgrega giorno dopo giorno
e io sono bravo solo a non pensarci,
mettendo da una parte tutto quello che dovrei.
Così posso dormire quando voglio,
dormire per sempre,
perché ho scelto la posizione giusta per il corpo,
il lato del letto in cui perdermi
prima che ne sia fuori, e la mia vita crolli.


***


Non chiedermi com’è andata ieri – chiedimi perché sono tornato a casa come sempre, chiedimi perché non mi sono schiantato. Vivere non ha argomentazioni migliori. E morire, morire non ha resistenza più forte della disperazione, tra le cinque e le sette del mattino, quando fa freddo e non succede niente.


***


Per tutte le volte che ti sei lamentato dell’immagine che hanno di te: non sei troppo diverso. Le loro previsioni erano più accurate delle tue intenzioni. Non c’è scampo da una storia tramandata, dalle parole che ti scrivono la vita in anticipo, dure come la faccia della gente. La volgarità è da qui a qui: diventi quello che sei.


***


Il cielo deve essere nuvoloso. Per il resto, può accadere in un momento qualsiasi della giornata. Lo sguardo si fissa su un punto imprecisato e le voci non sono più importanti.
Allora c’è un salto nel tempo, e ci si ritrova già lungo la strada. Il passo è solenne e trascinato. Si procede a testa bassa, sotto un cielo minaccioso, nascondendosi il lampo negli occhi.


***


In camera, sulla scrivania, il cervello si espande. Sotto la lampada si esibiscono le mani bianche. I polpastrelli provano il vetro del bicchiere, punto di ancoraggio di tutto il corpo; gli occhi si stringono con una sofferenza.
Ogni qualche minuto lo si porta alle labbra con la giusta, calibrata trascuratezza. Il liquido scivola lungo il sangue, fa rovesciare la testa all’indietro: in questo modo è possibile stiracchiare il collo e, nello stesso tempo, interrogare il soffitto.


***


L’ultimo bicchiere non si vuole mai. Le palpebre e tutti i muscoli del corpo si abbandonano, svanisce ogni sorveglianza. Lo sguardo si sposta di sbieco verso il letto: bisognerà infilarsi dentro, poi girarsi.
Allora si prova a immaginare una figura femminile – una mamma, o una fata. Sussurra qualcosa di dolce, e tutto è perdonato. Il tempo trascorre veloce e confuso. La camera è blu. Ci si addormenta, forse: respirando tra le coperte rosse, restando rannicchiati. Tutto è perdonato.


***


Stanotte mi masturberò
con lo sguardo fissato al soffitto
come fanno gli uomini grandi
prima di compiere opere grandi.


***


(Getsemani, 10,000 giorni)

Sono una persona lontana. Conosco la mia vita e molte altre cose, senza che nessuna mi tocchi. Sto concentrato solo sui miei atomi, e sulle interferenze del vento che attraversa il giardino.
Mi manchi? Non lo so. C’è solo qualche immagine confusa. Mi sento vuoto e pulito, non ti voglio del male. Sono solo lontano. Conosco la tua vita e molte altre cose, senza che nessuna mi tocchi.





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